Il successo.

Ma torniamo al momento in cui l’associazione Florio-Shakespeare conosce il successo.

Grazie alla collaborazione dello storico Samuel Daniel, vengono progressivamente presentate le opere storiche riguardanti la monarchia inglese iniziando dal “Riccardo III”, cui seguiranno fino al 1599 il “Riccardo II”, il “Re Giovanni”, “Enrico IV” ed “Enrico V”, che rappresentavano la storia dei monarchi che avevano governato l’Isola negli ultimi secoli.

Seguiranno poi negli anni successivi i lavori derivanti per la gran parte dalla cultura classica per l’evidente debito verso la storia greca e dell’antica Roma, nonché dalla letteratura rinascimentale italiana, le cui fonti sono tributarie delle novelle del Boccaccio, del Bandello, di Giovanni Fiorentino, e di Giambattista Giraldi, detto Cinzio ed altri.

La cosa non poteva certo passare inosservata soprattutto nell’ambiente degli scrittori più affermati (principalmente quelli di cultura accademica) come il caso clamoroso di Robert Green, il quale si sentì menomato e offeso nella sua posizione riconosciuta di caposcuola tra gli scrittori di successo. Costui scrisse quel noto libello dal titolo “Green’s Groatsworth” indirizzato ai suoi amici letterati Marlowe, Nash, Peele e Lodge, verso i quali egli, poco prima, nel suo scritto polemico, non nomina espressamente l’antagonista John Florio, ma lo apostrofa con il noto soprannome coniato per lui dall’ambasciatore francese de Castelnau, che lo chiamò appunto “Johannes factotum” (… un villan fatto di corvo …sotto la pelle di un attore …)  Era chiara l’allusione al vero autore delle nuove opere che si imponevano nei teatri londinesi dall’inconfondibile stile classico e il suo prestanome Shakespeare, che si ammantava delle penne di pavone. Questo il testo:

“ ….  Siete uomini abietti tutti e tre ([1]) se dalla mia sofferenza non sarete ammoniti, perché a nessuno di voi (come a me) quei bifolchi cercarono di attaccarsi. Quei fantocci, intendo, che parlavano attraverso la nostra bocca, quei buffoni adornati dei nostri colori ([2]). Non è strano che io, di cui tutti si riconobbero debitori e non è probabile che voi, di cui tutti si riconobbero debitori, dobbiate (se ridotti nelle mie condizioni) essere così abbandonati improvvisamente? Si, non fidatevi di loro; perché c’è un villan rifatto di corvo, abbellitosi con le nostre penne, con un cuor di tigre sotto la pelle di un attore ([3]) che si immagina di essere capace di dar fiato agli endecasillabi come il migliore di voi; ed essendo nient’altro che un “Iohannes Factotum”, presume d’essere l’unico Scuoti-scena dell’intero Paese. Oh potessi io supplicare i vostri rari ingegni per impegnarsi in direzioni più proficue. Lasciate che quelle scimmie emulino la vostra passata eccellenza e non fate loro sapere le vostre ammirate attenzioni … anzi, finché siete in tempo cercatevi migliori maestri, poiché è un peccato che uomini di così alto ingegno debbano dipendere dai capricci di questi rozzi stallieri.”

Robert Green morì poco dopo. Anche Richard Barnfield, nel suo “Green’s funerals” denuncia i suoi sospetti contro John Florio.

Seguono poi tutte le altre opere negli anni successivi: Il” Sogno di una notte di Mezza estate”, “Le vispe comari di Windsor”, “Tutto è bene quel che finisce bene”, “Come vi piace”, “La dodicesima notte “e – incredibile a dirsi – “Molto strepito per nulla”, proprio quel lavoro, ovviamente nella versione in inglese, che riproduce lo stesso libro che il giornalista Santi Paladino si trovò tra le mani in quella notte di insonnia del dicembre del 1925. Quel libro consentirà di alzare il velo di mistero che per secoli tentò di occultare la verità sul vero ruolo dei Florio.

Già nel 1597 con l’affermazione del sodalizio, William Shakespeare diviene un uomo affermato e ricco e le sue disponibilità finanziarie gli consentono di fare diversi investimenti sia immobiliari che finanziari acquisendo anche diritti e rendite agrarie a Stratford. L’acquisto più importante è una grande casa conosciuta col nome di New Place, la seconda per importanza e grandezza del paese.

Ritroviamo Florio nel 1598 ancora molto attivo nelle pubblicazioni, dopo sette anni di silenzio letterario, quando rilascia per il mercato librario il suo straordinario “A world of Words”. Era il primo dizionario inglese-italiano, i cui lavori preparatori erano iniziati fin dagli anni ’90 e - come lui afferma nel preambolo - servirà a chiunque, ma soprattutto agli studiosi, per affrontare quelle letture che in Inghilterra dell’epoca erano proibitive per chi non conoscesse l’italiano, così che, con l’aiuto di quel prezioso dizionario, essi potranno affrontare la lettura di Dante, Petrarca, Boccaccio ed altri letterati rinascimentali.



[1] Sembra si rivolgesse agli amici letterati Marlowe, Lodge e Peele

[2] Come dire: “della nostra lingua inglese”

[3] John Florio sotto le vesti di un attore, cioè William Shakespeare.

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