Il Teatro del XVI secolo in Inghilterra.

Chiarito definitivamente questo importante elemento anagrafico le ricerche potevano proseguire seguendo le successive vicende che si sarebbero svolte in Inghilterra.

Così quando Michelangelo Florio fa ritorno in Inghilterra dopo ben ventitré anni di esilio a Soglio, egli reca con sé la sua biblioteca di oltre trecento libri e molte carte di appunti e brogliacci, nei quali egli aveva riordinato tutto un vasto materiale letterario raccolto nel corso del periodo precedentemente trascorso in Italia ([1]).

In quel tempo il teatro inglese conosceva una estrema vitalità e a Londra molti erano i teatri che, lungo il Tamigi, che scorreva “…lungo i campi di Chelsea, “…, offrivano al pubblico drammi e commedie.

Era là che si mettevano in scena le commedie popolari che drammaturghi come Dekker, Heywood e Middleton consegnavano agli impresari per compiacere le attese dei londinesi con le loro opere disseminate di vivaci accenni all’ambiente inglese: il profumo dei fiori a Bucklersbury, il mulino a vento di St. George’s Fields, dove Falstaf e Shallow passano la notte, la taverna della “Testa di Cinghiale” a Eastcheap e gli oscuri piaceri della tenuta di Pickt Hatch. Avevano nomi come il Globe, il Theatre, il Curtain, il Rose, lo Swan e il più grande di tutti il Fortune il più ad Est di tutti quelli del Bankside ([2]).

John, in Inghilterra già da sei anni, non avrà certo mancato di aggiornare il padre circa le nuove tendenze, cui il teatro stava uniformandosi. Già da qualche anno Geoffrey Fenton aveva fornito, con le sue traduzioni delle novelle del Bandello, tanti buoni intrecci per i drammaturghi di quel periodo. I lavori giovanili del padre potevano costituire la base su cui lavorare per fornire alle compagnie teatrali nuovi spunti per opere più classiche che non fossero le usuali commedie popolari messe in scena fino ad allora. Si trattava di dover tradurre in lingua inglese quel patrimonio di letteratura pazientemente raccolto dal padre tornato ora utile per diffondere le opere del rinascimento italiano. Occorreva però fornire preventivamente ai lettori e ai traduttori i significati delle corrispondenti frasi idiomatiche, dei proverbi e dei neologismi che introducevano espressioni evolute, specie per concetti astratti. Infatti, già nell’anno seguente al ritorno del padre, John Florio pubblica il primo lavoro, propedeutico del nuovo stile, dal titolo “First Fruits”. Questo lavoro del 1578 precede lo stesso “Euphues” di John Lyly dimostrando che Florio contribuì in modo determinante alla nascita del eufuismo in Inghilterra ([3]).

Successivamente farà seguire nel 1591 il lavoro “Second Fruits” che affronta le difficoltà nell’interpretare le opere del padre, scritte in forbita lingua “thoscana” e che, per poterle tradurre nella lingua inglese, occorreva intervenire nei criteri di adeguamento della sintassi con capacità di inventiva e di creazione di neologismi originali per supplire alle carenze del vocabolario inglese del tempo. Così egli dà inizio ad una ricerca lessicologica per creare neologismi mai usati prima nel linguaggio locale, nuove forme idiomatiche tratte dall’italiano, aforismi di arricchimento del lessico e proverbi di origine toscana, veneziana e siciliana.

I due Florio, padre e figlio danno così inizio ad un imponente lavoro di riordino dei brogliacci e degli appunti e alla traduzione delle bozze dei testi delle commedie e dei drammi, lavoro paziente e difficile che prenderà loro un impegno che durerà fino al 1592.

Dopo queste prime pubblicazioni John Florio, ormai già affermatosi, comincia ad avere fin dall’anno 1580 i primi incarichi professionali. Nello stesso tempo, grazie all’interessamento di Lord Cecil barone di Burghley, egli può iscriversi ai corsi universitari come “poor student” ottenendo un diploma di Master of Art presso il Magdalen College di Oxford. Da allora John sarà al centro della scena culturale inglese come traduttore di opere straniere. Per Richard Akluyt tradusse “I Viaggi” di Cartier dalla versione in italiano di Giovanni Battista Ramusio. Nel 1581 poi diviene membro e docente di lingue straniere allo stesso Magdalene College.

Nell’aprile del 1580 una bozza di contratto di nozze tra la regina Elisabetta e il fratello del re di Francia, Francesco duca di Alençon era in fase di redazione a Londra tra una delegazione francese e la corte della regina. Della missione francese faceva parte anche Giordano Bruno. Questi, giunto da Parigi nel 1583, venne alloggiato per l’occasione nello stesso palazzo dell’ambasciata francese di Shoe Lane Street.

L’ambasciatore Monsieur Michel dé Castelnau, conte di Mauvisiere volle farsi assistere nelle trattative dal professor John Florio, ben sapendo come fosse preparato professionalmente e al tempo stesso ben introdotto presso la corte di Elisabetta. Per questo motivo Florio si trasferì da Oxford a Londra, ospitato anch’egli nella stessa ambasciata francese. Fu in quel periodo che si consolidarono i rapporti tra il filosofo nolano, il suo maestro Michelangelo Florio ([4]), Philip Sidney e i coniugi Mary e Henry Herbert, conti di Pembroke, dopo il loro primo incontro a Venezia. Giordano Bruno si fermò a lungo a Londra e a Oxford per le sue conferenze, fino al 1585, epoca in cui le trattative vennero sospese per la morte in guerra del pretendente principe francese. John Florio rimase poi ancora in casa Castelnau con l’incarico di tutore della figlia dell’ambasciatore. Fu in quell’occasione che l’ambasciatore dé Castelnau ebbe modo di rivolgersi confidenzialmente all’amico John Florio appellandolo per la prima volta con il famoso epiteto di “Johannes Factotum”, appellativo che bene si attagliava alle sue poliedriche attività e competenze ([5]).

Fattosi in tal modo apprezzare per le sue doti di intellettuali, qualche tempo dopo Lord Cecil barone di Burghley gli affida il delicato incarico di precettore del secondogenito del conte di Southampton, Henry Wriothesley (portava lo stesso nome del padre), un ragazzo di tredici anni da preparare per l’ammissione al St. John College di Cambridge. Questi nobili di recente lignaggio, avevano ottenuto nel 1548 sia la concessione di vasti terreni e beni immobili espropriati da Enrico VIII alle congregazioni cattoliche nel Sussex, nonché il titolo di conte Southampton. Non sappiamo se Cecil nel conferirgli l’incarico abbia fatto cenno al Florio dei motivi per i quali la regina dimostrava un tale interesse a favore di quel ragazzo.

Dal 1585 in poi il professor John Florio prese a frequentare stabilmente la dimora di Titchfield dei Southampton ([6]) alternando gli impegni assunti contemporaneamente di precettore di Henry Wriothesley, di docente della figlia di Castelnau e di consulenza al letterato John Harrington, impegnato nella traduzione de “L’Orlando Furioso” dell’Ariosto, curando al tempo stesso la nuova versione de “L’Arcadia” dell’amico Philip Sidney, poco prima della sua morte a Zutphen. Un successo meritato.

Da quel momento di esaltanti riconoscimenti e oberato di così impegnativi incarichi professionali, John Florio dà inizio ad un periodo di sette anni di silenzio letterario per concentrarsi in quello che per lui era il lavoro preminente, quello cioè dello studio e della traduzione dei testi letterari recatigli in Inghilterra dal padre. Grazie agli oltre trecento libri ed agli appunti raccolti nel corso degli anni della sua predicazione in Italia e in Svizzera, John Florio poteva apprendere l’esperienza maturata dal padre e acquisirne lo spirito.

Durante questi lunghi anni di silenzio non si hanno particolari notizie sul suo conto, fatta eccezione del fatto che, per la natura degli incarichi, egli si fosse ormai trasferito definitivamente a Londra. Questa circostanza sembra confermare l’ipotesi del suo dedicarsi principalmente alla traduzione in lingua inglese delle opere paterne. Solo lui poteva assumersi questo gravoso e impegnativo compito. Con la rielaborazione descritta nei lavori preparatori dei suoi libri “First Fruits” e “Second Fruits”, egli - con l’aiuto del padre - dà inizio alle nuove espressioni lessicali, che userà nelle traduzioni delle opere paterne, talché Walter Raleigh sorpreso osservava che lo stile di quei nuovi lavori “…si distingueva da qualsiasi altro modo di scrivere” ([7]).

È stato calcolato che in questo imponente lavoro egli abbia usato ventunomila parole, quattromila delle quali erano alla loro prima apparizione nella lingua inglese. Prese così forma anche in Inghilterra quel processo, chiamato “la questione della lingua” nello sviluppo dell’idioma, fenomeno letterario che si era già verificato negli altri paesi europei.

Attorno al 1590 questo lavoro di rielaborazione e traduzione doveva essere già a buon punto e ai due Florio si presentava il problema di individuare un personaggio che assumesse il ruolo di sceneggiatore di quei testi e di tramite con gli impresari delle compagnie interessate alla messa in scena delle opere tutte, o quasi, ormai trascritte per le parti in “in folio”.

Ambedue i Florio escludevano di poter figurare come autori di quei lavori, Michelangelo per ovvi motivi dovuti alla sua posizione di scomunicato tra i tanti concittadini cattolici ancora turbolenti in Inghilterra che lo biasimavano. Diverse erano le preclusioni che sussistevano per John, ormai noto accademico e accreditato presso la corte, il quale, proprio per la sua posizione, non poteva certo porsi sullo stesso piano dei suoi “wits” in università ([8]).

Non fu difficile identificare l’uomo adatto a ricoprire questo ruolo, dato che gli impresari teatrali più in vista frequentavano gli stessi ambienti delle famiglie nobili loro protettori e mecenati delle compagnie di Londra, come i Pembroke e i Southampton. Non vi sono elementi certi per i quali sia possibile stabilire quando e dove si ebbe il primo contatto tra i Florio e colui che assumerà il compito richiesto. Probabilmente questo problema lo risolse James Burbage, un attore dei Leicester’s Men, il quale aveva preso in affitto il Theatre a Shoreditch. Possiamo quindi immaginare che l’incontro tra i Florio e l’attore William Shakespeare avvenne tra il 1589 e il 1590 nello stesso ambiente di nobili frequentato dai Florio e le compagnie da loro patrocinate. Non solo, ma le circostanze che di lì a poco permisero al giovane William, di soli venticinque anni, di fare subito una fulminea carriera, ci aiuteranno a comprendere come si siano svolti i fatti per raggiungere il pieno successo dell’iniziativa.



[1] Santi Paladino, Opera citata, pagg. 108 e 112. Saul Gerevini nel suo libro “Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio” valuta la biblioteca di Michelangelo in circa trecento libri che - dopo la morte del padre (1605) - avrebbe consegnato a William Herbert, terzo conte di Pembroke nel 1609 assieme ad altri documenti letterari.

[2] Max Meredith Reese, “Shakespeare. His World and His Work”…London, Edward Arnold, 1986 pag. 151

[3] Saul Gerevini, opera citata - Sullo stesso argomento Max M. Reese, opera citata – pag.192 e 193.

[4] Max Meredith Reese, opera citata, pag.221

[5] Questo dettaglio di cronaca, in apparenza banale, assumerà in seguito una evidenza chiarificatrice quando il caposcuola teatrale Robert Green, con la sua nota invettiva, si rivolge allusivamente a John Florio usando lo stesso soprannome di “Johannes Factotum”, quale autore delle opere, apostrofando invece il giovane Shakespeare come prestanome di costui.

[6] Max Meredith Reese, opera citata, pag.221

[7] Sir Walter Raleigh (1554-1618) Letterato e poeta inglese. Sui giudizi di Raleigh, Max M. Reese, conferma il primato opera citata – pag. 576

[8] Studenti universitari che si esercitavano a comporre versi e testi teatrali per mantenersi agli studi.

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