Juan de Valdés.

Juan de Valdés era un funzionario imperiale, fratello gemello di Alfonso, segretario personale di Carlo V, il quale, per sottrarlo alle ostilità della curia romana, lo invia a Napoli con l’incarico di Archiviario della Biblioteca del Regno di Napoli, con mansioni presso la Biblioteca Pontaniana. Con la protezione dell’Imperatore, Juan de Valdés nella sua nuova residenza napoletana si consacrò alla vocazione di riformatore religioso creando un centro culturale nel quale si incontravano molti intellettuali del tempo nonché la nobiltà illuminata del Viceregno, cui aderirono anche molti letterati provenienti dai ducati del Nord Italia. Con gli adepti egli teneva “ritiri spirituali” spesso nella dimora di Chiaia, posta nel nuovo quartiere riservato ai dignitari spagnoli, come pure nella residenza isolana di Ischia Castello, grazie alla prodigalità di Costanza d’Avalos, che aveva conservato la bellezza di quell’isola e trasformato il castello- palazzo dell’isola destinandolo a sede di uno dei cenacoli più prestigiosi del rinascimento italiano. All’epoca Castello era al suo massimo splendore e quivi aveva risieduto la marchesa Vittoria Colonna, dopo la morte del marito, Ferrante d’Avalos. Nel 1535 alle due emerite nobildonne del Rinascimento italiano, si unì anche la comune amica Giulia Gonzaga, duchessa di Sabbioneta, essa pure rimasta vedova. La duchessa Gonzaga, era nota come donna colta e brillante, che - dopo il suo trasferimento da Sabbioneta - si ritirò nel suo palazzo di Fondi, ereditato dal marito Vespasiano Colonna. Colà ella animava un raffinato circolo letterario frequentato dagli intellettuali più in vista di Napoli e del Meridione. Tra questi vi furono Marcantonio Flaminio, Vittore Soranzo, Pietro Carnesecchi, Franco Maria Molza e molti altri letterati, tutti poi confluiti nel circolo di de Valdés, al quale in pochi anni aderirono moltissimi simpatizzanti tra cui diversi vescovi e porporati dissidenti come il teologo Pietro Martire Vermigli, il vescovo Pietro Paolo Vergerio, l’arcivescovo Pietro Antonio di Capua e successivamente l’arcivescovo di Canterbury Reginald Pole.

Nelle cronache di quel tempo viene riportata la presenza del noto predicatore Bernardino Ochino a Roma per la prima volta nel 1534 in occasione di un ciclo di conferenze. Lo accompagnavano alcuni dei suoi confratelli convocati per presiedere alle omelie quaresimali di Roma. Non si precisa se con loro vi fosse anche fra Paolo Antonio (al secolo Michel Agnolo Florio). Fu in quella occasione che Bernardino Ochino e forse Michelangelo Florio, conobbero Caterina Cybo e Vittoria Colonna, quando ambedue le nobildonne si trovavano a Roma ospiti nel locale convento delle monache Clarisse di San Silvestro in Capite, tutt’oggi esistente nell’omonima piazza. L’incontro avvenne sotto gli auspici del vescovo Agostino Gonzaga. La marchesa Colonna risiedeva stabilmente in quel convento, posto nel centro della città, da un paio d’anni, mentre la duchessa Caterina, sua amica, era solita essere ospite in quel convento nei suoi saltuari soggiorni romani. Fu in quella occasione che la duchessa Cybo, pronipote del papa Clemente VII, al secolo Giuliano de’ Medici, illustrò a Bernardino Ochino l’attività svolta dal nuovo ordine dei frati Minori Cappuccini, di cui lei fu la promotrice. La notizia, che sottaceva una velata offerta all’Ochino, trovò nell’interlocutore un vivo interesse. L’anno seguente Bernardino Ochino rompe gli indugi e accetta l’adesione al nuovo ordine, assumendo l’incarico di vicario provinciale a Siena dei Cappuccini, cui si associarono tutti i confratelli, compreso ovviamente anche il Florio.

Nell’ottobre dello stesso anno il vescovo Agostino Gonzaga ospitava diverse delegazioni di

Religiosi giunte a Roma per il conclave convocato per la morte improvvisa di Clemente VII e l’elezione di Alessandro Farnese, col nome di Paolo III. In questa visita i predicatori senesi, anch’essi giunti a Roma, ebbero occasione di conoscere anche la duchessa Renata di Francia, la quale rappresentava il consesso letterario più in vista delle nobildonne rinascimentali italiane. Essa aveva appena ospitato, presso la sua corte estense di Ferrara, lo stesso Johan Calvino, che - come noto - vi si recò in incognito sotto lo pseudonimo di Carlo d’Espeville.

Dai contatti avuti col vescovo Gonzaga e da quanto ebbero ad apprendere dalle nobildonne a Roma, sia l’Ochino che Michelangelo Florio erano ormai al corrente dell’attività svolta a Napoli dal letterato spagnolo Juan de Valdés per propagandare le nuove istanze per una riforma della Chiesa di Roma. Da quel momento prese concretezza nella loro mente il progetto di recarsi a Napoli per conoscere il suo pensiero riformatore. L’occasione si presentò di lì a poco allorché si ebbe la notizia che l’imperatore Carlo V, di ritorno dall’impresa di Tunisi contro le piraterie turche di Khayr el Din, avrebbe fatto scalo in quella città. L’arrivo della flotta imperiale, al comando del duca Ferrante Gonzaga, era prevista per la fine del novembre dell’anno 1535. La storia riporta che Carlo V sbarcò a Napoli il giorno 25 di quel mese. Le cronache riportano che il giorno seguente iniziarono i festeggiamenti in quella capitale del Regno del Meridione d’Italia. Per la circostanza era prevista una cerimonia solenne nella chiesa di San Giovanni Maggiore alla presenza dell’Imperatore e del suo Viceré con tutte le autorità. A tenere l’omelia ufficiale era stato designato proprio Bernardino Ochino, il predicatore più apprezzato al tempo.

Fu così che autorità politiche e religiose dello Stato della Chiesa e da molte altre parti del Paese si recarono a Napoli per presenziare all’importante evento. A tenere l’omelia ufficiale venne designato proprio Bernardino Ochino il quale, cogliendo l’imprevista occasione si affrettò a raggiungere quindi Napoli con alcuni suoi confratelli, tra i quali anche Michelangelo Florio. In attesa dell’arrivo della flotta imperiale dovrebbe essersi verificato il primo incontro tra i cappuccini di Siena e l’archiviario spagnolo della Biblioteca Pontaniana. Non si hanno elementi certi circa tale segreto incontro, tuttavia resta il fatto storico che l’Ochino, pronunciando la sua omelia nella chiesa di San Giovanni Maggiore non mancò, nel suo pragmatismo morale, di cogliere l’occasione di quella illustre presenza per affrontare, sia pure in modo allusivo, la necessità di un ripristino dei principi morali del Cristianesimo primitivo. La esplicita presa di posizione sorprese Carlo V, ufficialmente massimo difensore del Cristianesimo e terminata la cerimonia, mise a rumore la città, segnando tuttavia un punto a favore degli aderenti al gruppo di de Valdés e degli illuministi napoletani.

Dopo questo soggiorno, che si protrasse più del previsto, l’Ochino rientra nei ducati del Nord e inizia a predicare nelle maggiori città italiane dando inizio con i confratelli ad una iniziativa di propaganda riformatrice, tanto che Annibal Caro, dopo averlo ascoltato poco tempo dopo a Lucca con Pier Martire Vermigli, gli dedica, per condivisione dei suoi ideali, due noti sonetti di lode.

Michelangelo Florio invece, prosegue da Napoli il suo viaggio nel Meridione e raggiunge la Sicilia dove a Messina frequenta i corsi di greco presso la rinomata antica scuola del monaco ortodosso Costantino Lascaris per perfezionare la sua conoscenza del greco antico.

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