L’arresto in Valtellina.

L’Inquisizione, che imperversava principalmente nei territori sottoposti alla Chiesa di Roma e nel Regno delle due Sicilie, era stata ora estesa anche negli stati e nei ducati del Settentrione specialmente dopo il 1542, quando con la nomina di Alessandro Farnese, papa Paolo III, l’ufficio persecutorio venne attribuito al Santo Uffizio. È così che nel febbraio del 1548 Michelangelo Florio viene identificato in Valtellina ed arrestato nei pressi di Sondrio e poi da Milano trasferito a Roma, dove fu rinchiuso nelle carceri di Tor di Nona, sulla sponda opposta al Castel Sant’Angelo. Negli anni seguenti egli descrisse quei tristi avvenimenti in un libro grazie al quale è stato a noi possibile ricostruire i momenti salienti e più critici della sua vita in Italia dal titolo “Apologia” ([1]).

In quella oscura e triste prigione il povero Michelangelo trascorre ben ventisette mesi.

Sottoposto a dure inquisizioni, è processato per aver aderito alla Riforma, riconosciuto eretico viene condannato a morte. Egli dovette assistere quasi ogni giorno a torture e ad esecuzioni nel cortile interno della prigione. Intanto gli accoliti delle congreghe dei primi riformati italiani si stavano adoperando soprattutto nelle regioni settentrionali per soccorrere i compagni aderenti arrestati e sottoposti all’Inquisizione. Così, profittando di una piena primaverile del Tevere, alcuni agenti - presumibilmente inviati dalla corte di Ferrara - riescono, il giorno 6 maggio del 1550, a far evadere Michelangelo. Sotto una continua pioggia il fiume stava raggiungendo la riva destra e nella via che menava verso la città erano in corso affannose operazioni di trasferimento dei detenuti in una confusione generale per raccoglierli e assicurarli con corde su dei carri. Nello scompiglio totale una carrozza, da nessuno notata, attendeva pronta a partire ed alcuni uomini, avvicinandosi a Michelangelo, lo afferrano e lo trascinandolo di peso sulla veloce vettura da viaggio. Come lui stesso racconta in un altro suo scritto ([2]) la carrozza lasciò velocemente Roma dirigendosi verso l’Appennino dove trascorse la notte. Il giorno seguente i suoi liberatori riprendono il viaggio per recarlo “da persone religiose” sulla strada per Napoli, presumibilmente l’amica duchessa Giulia Gonzaga che già dimorava a Fondi ([3]). Rifocillato, curato, rivestito e dotato di mezzi di sostentamento, Michelangelo si trasferisce a Pescara da dove si imbarca, su di una nave di trasporto di granaglie e olio, che lo porta a Venezia, dove contava moltissimi amici ed aderenti alla Riforma fin dai tempi delle sue predicazioni nel Veneto assieme all’Ochino. Tra questi vi era l’ambasciatore inglese Henry Watton, che predispone per lui una presentazione per l’arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer. Da Venezia Michelangelo si imbarca il 18 settembre per Bergamo, Pavia e Casale Monferrato, da dove i servizi postali partivano per l’attraversamento delle Alpi per Parigi, via Lione.



[1] Michel Agnolo Florio, “Apologia”, Chamogasz ko (Basilea), 1557 – pag.73.

[2] Michel Agnolo Florio “Historia de la vita e della morte di Jane Grey” – Richard Pittore, Venezia, 1607.

[3] Michel Agnolo Florio, Opera citata, pagg. 77 e 78. Vedi anche F.A.Yates, “John Florio” Cambridge University

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