L’Associazione letteraria.

In conclusione, se quel ragazzo si trovò in così poco tempo a divenire uno dei principali membri delle due maggiori compagnie teatrali di Londra, appare logico ritenere che qualche inaspettato ed improvviso evento, estraneo alle sue possibilità, fosse intervenuto da qualcuno -deus ex machina - a servirsi di lui per quelle che potevano essere state le sue particolari doti personali, caratteriali o di esperienza professionale nell’ambiente teatrale di Banksite. Appare quindi ammissibile che nel 1590 - ’91, quando i due Florio avevano ormai terminato il lungo lavoro del riordino e traduzione di tutto o buona parte del materiale letterario accumulato, si saranno posti il problema di come affrontare la presentazione delle opere frutto del loro lavoro. Occorreva individuare chi potesse rappresentarli come autore firmando i testi, assumersi l’incarico della scenografia, tenere i rapporti con gli impresari delle compagnie e gestire i proventi delle rappresentazioni. Il compito era facilitato dal fatto che tra i nobili protettori dei Florio, sia i conti Herbert che i Southampton erano tra i mecenati delle compagnie più in vista e proprio in quei giorni le rappresentazioni erano sospese per il riaffacciarsi della pandemia di peste a Londra. Probabilmente fu Richard Burbage ad identificare il giovane attore emergente tra quelli della compagnia “Lord Chamberlain’s Men”.

Come i due Florio abbiano stabilito un tale accordo non è dato conoscere; tuttavia prendendo in considerazione le sole circostanze universalmente note, è chiaro che una intesa di questo tipo dovrebbe essere stata raggiunta con William Shakespeare perché costui - fino a quel momento assolutamente sconosciuto nell’ambiente teatrale - allorché i teatri riaprirono nel 1592, essendosi attenuata la peste, figurava già essere tra i membri principali dei Lord Chamberlain’s Men.

A questo punto possiamo darci una risposta inequivoca alla domanda avanzata dal biografo Max Meredith Reese, con la sua scettica conclusione per cui la verità su quel mistero non verrebbe mai scoperta. Oggi possiamo ritenere che William Shakespeare facesse parte della associazione letteraria con Michelangelo e John Florio, condividendo con loro onori ed oneri dell’accordo per la rappresentazione delle opere teatrali già complete di sceneggiatura e di quelle che sarebbero state in seguito approntate.

La sua carriera era così già assicurata con l’appoggio finanziario di Henry Wriothesley Southampton che era lieto di poter favorire le iniziative letterarie del suo tutore ed amico. Da allora anche William Shakespeare beneficiò della amicizia e dei favori del conte che lo sostenne anche finanziariamente.

Sta di fatto che già nel dicembre successivo il ragazzo di Stratford veniva indicato, assieme a William Kempe e a Richard Burbage, tra i beneficiari degli incassi degli spettacoli dati a corte dalla compagnia, circostanza questa che lascia ritenere che egli avesse già raggiunto a quella data, malgrado la sua giovane età, un livello di prestigio così elevato nell’ambiente teatrale londinese. Al riguardo i suoi biografi osservano sconsolati: “…è frustrante che non vi sia alcun riferimento a Shakespeare in nessuno dei numerosi documenti ufficiali di quel difficile ed esaltante periodo storico” ([1]).

Stando quindi ai fatti noti e accertati alla data del 1592, dobbiamo prendere atto che negli anni nei quali si ebbe a Londra l’associazione tra le compagnie Alleyn e Strange, troviamo menzionati ben 17 attori, ma fra questi William Shakespeare non c’era. Acquisiamo quindi questo primo punto fermo e cioè che dal giorno della sua nascita al compimento del suo ventiquattresimo anno, il giovane William, esule a Londra dalla natia Stratford, non emerge in nessun modo dal vasto novero della mediocrità generale.

Non potevano certo venire in suo soccorso le teorie del genio che prescinde dalla conoscenza. Quale genio poteva raggiungere in un paio di anni o poco più, dal 1589 al 1592, la stessa cultura di una vita di studio di Michel Agnolo Florio e di suo figlio John e delle esperienze di vita da essi vissute e sofferte.

Cadono così le improbabili ipotesi fermamente sostenute da chi parla di un lungo periodo di studio trascorso da Shakespeare dal giorno dell’abbandono della famiglia a Stratford, dedicato al completamento della sua maturazione culturale e della sua supposta permanenza nella dimora di Titchfield dove John Florio svolgeva dal 1585 la sua attività tutoria per preparare il giovane Henry Wriothesley alla iscrizione al St. John College di Cambridge.

Dallo studio dei lavori pubblicati in vita dai due Florio nonché da quelli che vanno a loro attribuiti, si deve riconoscere loro la capacità da essi avuta nella scelta di valutare in anticipo le doti del loro collaboratore. È quindi evidente che, malgrado la manifesta carenza di cultura e preparazione scolastica del candidato, in lui essi identificarono utili doti caratteriali nonché la capacità di acquisire la maturità nell’affiancamento al loro lavoro. Le notizie raccolte sulla sua gioventù, che saranno esposte in dettaglio nella biografia completa, parlano di un ragazzo intraprendente e disinvolto che alternava la disponibilità e l’entusiasmo per il nuovo lavoro, cui veniva chiamato, alla irruenza per la sua decisione con cui l’accettava. Spavaldo ma anche simpatico e ironico, come - a quanto risultava - da ragazzo arrivava a prendere in giro anche il padre. Probabilmente rustico come i provinciali, accorto e propenso a curare i propri interessi come solitamente gli agricoltori. Pronto a tutto anche al limite della legalità, come quando si dette alla caccia di frodo in una riserva privata, impresa che gli costò, oltre alle frustate, anche la prigione. Il fatto di essersi affermato rapidamente nell’ambiente dei teatri di Banksite sta a dimostrare la sua determinazione e voglia di imporsi sugli altri per primeggiare. I due Florio non avevano certo bisogno della sua supposta cultura, in lui vedevano piuttosto l’uomo volitivo, concreto, capace di apprendere con facilità e prodigo di iniziative. In un parola, William era il personaggio del quale ci si poteva affidare.

In attesa che i teatri potessero riaprire con la cessazione della pandemia dovrebbero essere stati già da tempo ultimati diversi lavori, pronti per essere messi in scena, tra cui “La bisbetica domata” “I due gentiluomini di Verona”, “Il Mercante di Venezia” e forse anche “Romeo e Giulietta”. Vista la necessità di conseguire un subitaneo successo e l’opportunità di operare sul sicuro, la nuova società tra i Florio e William Shakespeare intese probabilmente sfruttare l’euforia popolare di quel momento storico per la recente vittoria sulla flotta spagnola. C’è da immaginare che il cognato di John, lo storico Samuel Daniel non avrà certo mancato di dare il suo prezioso apporto ai suoi familiari per fornire i necessari elementi storiografici. Se la scelta cadde così sul periodo della Guerra delle due Rose fu perché evidentemente lo storico di famiglia avrà suggerito che furono proprio quegli eventi bellici del XIII secolo che consolidarono in Inghilterra lo Stato e rafforzarono il potere della monarchia riunendo le case di Lancaster e di York.

Così alla riapertura dei teatri, il giorno 3 marzo del 1592, William Shakespeare fu in grado di inaugurare la nuova stagione dell’anno al teatro Rose e mettere in scena “Enrico VI” (prima parte). Richiamato dalla novità il pubblico occupò ogni angolo del teatro ansioso di partecipare ad una prima così importante anche dal punto di vista patriottico. Il giovane debuttante William visse il suo primo personale successo, un vero trionfo sia dell’opera che dell’attore. L’incasso fu di più di tre sterline, una somma considerevole per l’epoca. Visto il successo, l’opera venne poi replicata altre tredici volte nei mesi successivi.

Il felice esito di questa prima prova rafforzò la fiducia dei Florio nelle capacità di William di gestire anche autonomamente il comune progetto e di proseguire con le altre opere nella intrapresa. Per William tutto ciò costituiva il raggiungimento della sicurezza economica per sé e per la famiglia; come primo impegno verso questa, chiama a Londra a collaborare con sé il fratello Edmund, rimasto a Stratford.

In casa dei Southampton a Titchfield si viveva un clima di esaltante euforia, particolarmente per il giovane Henry Wriothesley, non ancora ventenne, per il quale il successo di quella iniziativa, originata e sviluppata sotto il suo patrocinio di prestigio e di sostegno finanziario, costituiva per il suo casato un prezioso titolo di apprezzamento in particolare presso la corte di Elisabetta. Dopo questo successo, William esprime la sua riconoscenza al comune mecenate componendo un poemetto intitolato “Venere e Adone” dedicato al suo generoso ospite Henry, preannunziando una seconda e più impegnativa opera, che infatti egli compone in seguito, col titolo “Lucrezia violata”, questa volta costruita sui fasti di Ovidio, il poeta romano che più ispirò le seduzioni evocate da Michelangelo nei suoi scritti. I riferimenti alla storia tragica di Piramo e Tisbe e a Montaigne per la “Tempesta”, ricorrono più volte. C’è da domandarsi chi, oltre alle opere drammatiche e alle commedie, scrisse i tanti sonetti. La prosa e la poesia di cui erano prodighi i Florio si caratterizzavano per il livello culturale di entrambi. La struttura delle commedie seguiva i canoni di Plauto e di Terenzio.

Molti degli aforismi usati ricordano quelli di Seneca nelle sue tragedie. Per il teatro inglese si apriva una nuova fase e un nuovo modo di esprimersi.

La funzione di William quale prestanome dei Florio tutelava sufficientemente la garanzia da essi richiesta sotto gli aspetti del rischio derivante dalle contese a carattere religioso e sembrava fosse sufficiente a mantenere incognita la vera paternità dei lavori da consegnare ai teatri.

Tuttavia i Florio, indipendentemente dalla loro generosa propensione verso il giovane associato, non mancarono di insinuare tra le righe dei loro lavori talune chiavi di lettura, la cui decifrazione avrebbe potuto consentire, ad un lettore attento che lo avesse voluto, di risalire ai veri autori delle opere. Trattasi di chiavi e artifici letterari, che da una attenta analisi dei testi troviamo sparse numerose in quasi tutte le opere, in modo particolare tra quelle che hanno come ambientazione i luoghi italiani e greci, compresi i lavori storici che rievocano la storia dell’impero romano. Una prima chiave rilevata dalla ricercatrice dr.ssa Carla Zanardi è costituita dal ricorso, da parte dell’autore, a personaggi contemporanei storicamente noti inseriti nel contesto delle opere. L’accorgimento consiste nel fatto che tutti costoro risultano aver avuto relazioni con l’autore, nei luoghi e negli anni dove Michelangelo era vissuto. Altra chiave di lettura è la manifestazione ostentata dall’autore della sua precisa conoscenza di quegli stessi luoghi e città italiane dove si svolgono le trame delle commedie e dei drammi. La Zanardi, dopo aver constatato codeste esatte corrispondenze dei dettagli anche minimi nelle tante descrizioni degli ambienti nelle opere “italiane”, conclude il suo vasto lavoro affermando esplicitamente che l’autore delle stesse non poteva essere William Shakespeare, dal momento che questi non mise mai piede fuori del suo Paese.

Le stesse indagini le fece anche autonomamente il prof. Richard Paul Roe ([2]) inseguendo i “presunti errori” di Shakespeare. Il suo importante contributo conferma gli stessi risultati della Zanardi, la quale estese poi le sue indagini anche negli analoghi luoghi greci (Atene, Delfi, Famagosta, Rodi, le correnti dell’Ellesponto, ecc. anch’essi descritti nelle opere), tutti luoghi evidentemente visitati da Michelangelo Florio nel 1537, epoca in cui le isole dell’Egeo erano ancora soggette al dominio veneziano. La ricercatrice ampliò le sue indagini per mettere in luce anche l’ulteriore chiave, cui ricorse l’autore, quella dello sfoggio della vastissima cultura classica, per cui tutte le opere sono ricche di riferimenti e parallelismi con personaggi storici, poeti e filosofi dell’antica Grecia, dell’Impero romano e della mitologia greca e romana, con una perfetta aderenza e fedeltà ai testi originali della letteratura classica, che solo chi avesse dedicato tutta una vita di studi avrebbe potuto avere in quell’epoca, nella quale i libri erano  rari e molto dispendiosi.



[1] Max Meredit Reese, opera citata – pagg- 213 e 214.

[2] Richard Paul Roe, “The Shakespeare Guide to Italy” – Harper Collins, N. Y. 2011.

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