L’ultimo esilio a Soglio.

Successivamente, nell’aprile del 1555 gli perviene l’offerta della Chiesa della “Repubblica dei Santi” di Ginevra per assumere come da suo desiderio l’incarico di pastore della comunità di Soglio, capoluogo della Val Bregaglia nel cantone dei Grigioni, al confine col ducato di Milano.

Alla fine di maggio Michelangelo raggiunge con la sua famiglia il villaggio di Soglio, prendendo alloggio nella casa pastorale attigua alla Chiesa evangelica di San Laurenzio.

Il paese è collocato su di una terrazza naturale esposto al sole di Mezzogiorno, sovrastato dai ghiacciai perenni del Piz Duan e del Gletcherhorn, oltre i tremila metri. La popolazione della valle, di lingua italiana, apparteneva alla comunità detta delle “Tre Leghe Grigie”, che all’inizio del secolo avevano aderito al Protestantesimo. Già a fondo valle, oltre Chiavenna e la Valtellina, controllate dalle guarnizioni spagnole acquartierate al Castello di Colico, di manzoniana memoria, le popolazioni erano prevalentemente cattoliche.

In questo ambiente Michelangelo Florio iniziava la sua nuova missione pastorale in un tranquillo ambiente alpino che andava dal Passo del Maloia fino al fondo valle di Chiavenna. Il piccolo John, oltre a frequentare le scuole elementari del capoluogo ebbe poi modo crescendo di acquisire una cultura superiore, che solo il padre poteva offrirgli in quel solitario ambiente alpino. Dai carteggi riservati reperiti negli archivi storici svizzeri, sembra certo che furono sia Pier Paolo Vergerio che il barone Ercole von Salis ad ottenere dal riformatore zurighese Heinrich Bullinger la sperata designazione a Soglio di Michelangelo ([1]).

Nel 1558 Maria, detta “la Sanguinaria” muore e la giovane Elisabetta sale al trono inglese. È il tempo in cui alla corte si parla di un suo matrimonio con Robert Dudley. Nel Paese cresce la tensione tra i cattolici nelle regioni del Nord e i protestanti, con l’assalto alla cattedrale di Durham. Negli anni successivi la minacciosa alleanza tra le potenze europee del continente spingeva la fazione cattolica dei Guisa a usare Maria Stuard di Scozia per la conquista di quel paese e di conseguenza dell’Inghilterra stessa. Questa alleanza portò un esercito di venticinquemila uomini tedeschi, italiani e valloni concentrati nelle Fiandre di fronte a Dover. Seguirà poi anche la scomunica di Elisabetta da parte del papa. I tempi per far ritorno a Londra non sono ancora maturi per le contrapposizioni religiose che ancora perdurano gravi in Inghilterra.

Michelangelo Florio non sa che occorreranno ancora diversi anni prima che il regno della sua pupilla Elisabetta possa essere pacificato, circondato come era inoltre dall’ostilità delle massime potenze europee tra le mire dell’Imperatore Carlo V e l’inimicizia della Francia.

Intanto Michelangelo Florio, pur assicurando le cure pastorali alla sua comunità della Val Bregaglia, dedica il suo tempo libero disponibile agli amati studi letterari dedicandosi nei lunghi giorni silenti delle abetaie alpine al riordino dei brogliacci e degli appunti raccolti nel corso degli gli anni della sua predicazione nelle tante città italiane. Erano soprattutto trame tratte dalla novellistica che avevano colpito la sua sensibilità e che aveva raccolto in brogliacci forse immaginando di poterne trarre un giorno racconti e commedie per i teatri che aveva frequentato nelle varie confraternite toscane e presso le corti ducali a Milano, a Mantova, a Sabbioneta, a Ferrara e a Urbino. Oltre a queste rimembranze riprese ad affrontare la critica letteraria e le polemiche sulla cosiddetta “questione della lingua”. Questa ripresa di interesse dovrebbe essersi manifestata quando nel 1561 il suo amico Lodovico Castevetro, scomunicato dal Santo Uffizio, fu costretto a lasciare Modena e a rifugiarsi nella vicina Chiavenna assieme a tanti altri riformatori che in quei giorni presero residenza a Vicosoprano, a Poschiavo e in altre località della Valtellina.

Con il virtuale fallimento del Concilio di Trento nel 1563 e l’avvio da parte della Chiesa di Roma della Controriforma, da un lato si fa più forte la repressione dell’Inquisizione. Questa situazione determina un accresciuto esodo in Svizzera da parte di riformatori italiani costretti a sfuggire dalle persecuzioni cattoliche che spesso si concludevano con condanne di estrema atrocità. Erano spiriti liberi che avevano aderito alle più diverse posizioni teologiche, luterani, calvinisti, anabattisti o valdesi, spesso purtroppo contrapposti tra loro. Le Chiese di Zurigo e di Basilea mal sopportano fronde teologiche che non fossero allineate ai precisi canoni riconosciuti in Svizzera. Accadde così che un confratello di Michelangelo, anch’esso ex francescano, che come lui predicava in Valtellina, lo contesta con denunce personali, accusandolo di eresia per aver sostenuto le tesi antitrinitarie mutuate da Bernardino Ochino.

Per il povero Michelangelo Florio - il quale con l’adesione alle Chiese riformate riteneva di convivere ormai in una comunità solidalmente unita - inizia così un lungo periodo di contese e contrapposizioni teologiche tra riformati, che danno luogo a istruttorie dottrinali che lo coinvolgono fino al punto di compromettere il suo mandato pastorale. Questa situazione è tra i motivi per cui, ad un certo punto, il suo maggiore interesse ritorna e si concentra sulle materie letterarie e sull’educazione del figlio John.

Il ragazzo aveva ormai completato l’educazione elementare e la prima formazione culturale di studi classici avuta dal padre a Soglio. Si trattava perciò di poter assicurare al giovane John la opportunità di proseguire gli studi in una sede appropriata, anche se lontana dai Grigioni, come era l’università più vicina e al tempo stesso più accreditata in quei tempi, quale era quella di Tübingen nel Württemberg tedesco. Si trattava di inserire il giovane John, di poco più di dieci anni di età, tra i ragazzi più meritevoli della regione e come tali beneficiari di borse di studio delle istituzioni ecclesiastiche di Zurigo. Purtroppo i sospetti di eresia nei confronti del padre creavano serie riserve da parte di Heinrich Bullinger, successore di Zwingli. Il padre quindi ricorre al suo amico e protettore Pier Paolo Vergerio, anch’esso rifugiato in Svizzera da Londra, il quale si fa carico personalmente dell’occorrenza per ottenere la sperata ammissione.

È così che il giorno 9 maggio del 1563 il ragazzo si iscrive presso quella università, avendo come tutore il Vergerio stesso ([2]). Possiamo immaginare lo stato d’animo del padre, preoccupato per le conseguenze delle controversie teologiche, che sfoceranno in seguito con una condanna dei vertici di Zurigo e il rischio di compromettere gli aiuti per il futuro del figlio. Egli si trovava dibattuto tra il desiderio di poter ritornare a Londra, ora che sul trono regnava la sua allieva Elisabetta, proprio quando finalmente era stato ottenuto che il figlio John potesse frequentare la sua università a Tübingen. Considerate le priorità delle occorrenze, egli dovrebbe aver deciso di lasciare le cose così come stavano, tanto più che la situazione politica in Inghilterra non si era ancora stabilizzata, decidendo di mandare John all’università tedesca e rinunciare gradualmente ad ogni incarico per uscire dalla scena pubblica facendosi dimenticare non frequentando più manifestazioni e cerimonie. Ciò che già poteva però fare nel frattempo, era di creare un buon pretesto per predisporre una ripresa di contatto con la nuova regina d’Inghilterra in attesa della conclusione degli studi di John.

L’occasione gli fu offerta di lì a poco dalla pubblicazione in Germania degli studi di Georg Bauer, detto Agricola, uno dei precursori della mineralogia, il quale proprio in quei giorni pubblicava il primo trattato sui processi industriali della metallurgia dal titolo “De re metallica”. Il libro trattava il tema delle nuove tecnologie già applicate nelle lavorazioni delle fabbriche di armi in uso nelle valli bresciane destinate alla flotta veneziana nella guerra contro le navi turche. Data l’importanza strategica delle tecniche belliche allora applicate alle armi da fuoco, Michelangelo Florio ritenne di fare cosa grata e militarmente utile alla “sua” regina approntando una traduzione del nuovo trattato scritto in lingua tedesca. La sua traduzione portava il titolo “Opera di Giorgio Agricola de l’arte de’ metalli”. La sua opera voleva essere un contributo utile alla nascente industria metallurgica inglese, che lui volle tradotta dal tedesco in lingua italiana, con dedica alla sua allieva di un tempo, nella cui prefazione il vecchio maestro ricordava le sue lezioni di italiano, onde egli si dichiarava certo che la regina fosse ancora in grado di comprenderne il contenuto ([3]).

Intanto John Florio, terminati gli studi a Tübingen, e rientrato a Soglio, inizia un percorso di esperienze in varie città europee tra i vari stati tedeschi e in molte città francesi per approfondire le lingue europee. Nel suo girovagare tra le città europee dovrebbe aver conosciuto a Bordeaux, o più probabilmente a Saint Michel, il filosofo Michel de Montaigne nel suo castello di Périgord, dove si era ritirato a vita privata per dedicarsi alla prima versione dell’opera “Essais”. Alcune circostanze starebbero ad indicare che tra loro vi fosse stata una relazione o comunque una conoscenza che si protrasse per vari anni. Risulta infatti che John Florio si interessò a lungo della sofferta composizione dell’opera che de Montaigne iniziò a scrivere già prima dell’abbandono della carica pubblica avuta al Parlamento di Bordeaux nel 1570. Aggiornò poi ulteriori versioni dopo i lunghi suoi soggiorni in Svizzera, Germania e soprattutto in Italia dove visitò Verona, Venezia, Firenze trattenendosi fino al mese di aprile del 1581. A maggio di quell’anno prese a visitare la Toscana particolarmente la Lucchesia.

È qui che si verifica una specifica circostanza che avvalora l’ipotesi della conoscenza di John Florio da parte di de Montaigne. Lo scrittore francese soffriva da anni di calcolosi renale e in Francia aveva inutilmente ricorso a cure senza esito. Evidentemente a Périgord in Francia, qualcuno al corrente delle sue ricorrenti crisi, gli avrà consigliato di recarsi a Lucca, patria del padre di John Florio, dove vi erano acque considerate miracolose. Appare invero sintomatico che egli predisponesse il suo itinerario di studi in varie parti d’ Italia per dirigersi definitivamente nel paesino di Bagni di Lucca, nell’alta valle Garfagnana, rimanendo a lungo in quel lontano e isolato luogo traendone beneficio. O forse nel suo girovagare in Italia, de Montaigne ebbe occasione di incontrare John Florio mentre lo stesso ripercorreva in Toscana i luoghi di quella stessa Lucchesia oggetto dei racconti del padre nei lontani anni dell’esilio a Soglio.

 



[1] Frances Amalia Yates, “John Florio” – pagg. 8, 21, 24 e 25

 

[2] Saul Gerevini, opera citata. Anche da visure sul Registro delle Iscrizioni dell’Università di Tübingen degli anni 1477 – 1600- In Stutgart 1906 – 1931, I, 434. Vedi anche Francis A. Yates, “John Florio” Cambridge Univerity Press, pag. 21

[3] Michel Agnolo Florio, “Opera di Giorgio Agricola de l’arte de’ metalli”, pubblicata a Basilea nel 1563. Dizionario degli Italiani – vol.48 – pag. 381.

 

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