La fanciullezza.

 

Nulla si conosce di Michel Agnolo bambino. Si sa solamente che il piccolo sarebbe stato affidato ai frati dell’Ave Maria di Firenze. Questo era un antico convento detto Collegio dell’Annunziata, istituito nel 1233 da sette mercanti fiorentini, i quali dopo aver rinunciato agli affari, si ritirarono a Monte Senario, nei sobborghi della città, per condurvi una vita di preghiere e di penitenza secondo la regola di Sant’Agostino. In seguito l’ordine acquistò molta fama per l’opera soprattutto di San Filippo Benizi, il quale trasferì la scuola da Monte Senario nel più ampio convento dell’Annunziata al Centro di Firenze.

In seguito, nel 1258 il papa Alessandro IV approvò quell’ordine ascrivendolo tra quelli dei monaci mendicanti. L’importanza di codesta benefica istituzione al fine dell’istruzione dei poveri trovatelli, è confermata dal fatto che a quell’ordine appartenne più tardi anche il veneziano Paolo Sarpi, che nel 1579 vestì anch’esso l’abito dei Serviti. In quella scuola Michel Agnolo avrebbe avuto la sua prima formazione scolastica e la preparazione religiosa. In quel tempo i monaci erano la sola comunità che osservava strettamente la regola della povertà e della carità cristiana e la loro vita monastica era informata ad una disciplina che li distingueva dal clero ecclesiale.

La vita nella scuola dei Serviti era improntata a sobrietà e le attività dei ragazzi erano dedicate allo studio delle lettere, alla religione e alla preghiera. A seconda delle capacità, i giovani venivano in seguito avviati alle arti presso le botteghe artigiane per coloro che mostravano attitudini creative, ovvero indirizzati alla letteratura e alla teologia per quelli che manifestavano particolari doti intellettuali. Completata la sua formazione scolastica primaria, Michel Agnolo in una data imprecisata entra nell’ordine dei francescani assumendo il nome di fra Paolo Antonio e viene avviato agli studi superiori date le sue spiccate attitudini alle lettere e alla filosofia.

Michel Agnolo Florio continuò gli studi rimanendo a Firenze, in un ambiente ugualmente vasto e dove però la cultura poteva estendersi ad elevare il livello culturale della popolazione, non esclusi gli umili figli del popolo. Ricordiamo che quelli erano gli anni del riscatto del popolo fiorentino, in cui Francesco Guicciardini, vice legato a Bologna, era tornato a Firenze come consigliere del duca Alessandro ([1]). Gli spostamenti del giovane avevano come destinazione le varie parrocchie toscane, ospite delle comunità locali. Era perlopiù gente comune, ma talvolta avveniva che fosse invitato presso residenze di famiglie nobili o centri di cultura per partecipare a feste o ricorrenze religiose o a intervenire a conferenze o a convegni politici o culturali. Nel 1533, ormai sufficientemente maturo, ebbe come destinazione da parte dell’Ordine il convento di Siena. Nella nuova sede Michel Agnolo viene designato alla predicazione in provincia per le sue doti di comunicazione e di dotta retorica.

A Siena, città vivida di fermenti culturali, il giovane Michel Agnolo, oltre all’impegno pastorale nelle contrade e nelle circostanti campagne, non manca di alimentare la sua conoscenza in un ambiente dove i centri di cultura erano maggiormente presenti nelle vicine città più rinomate come Firenze, Pisa, Arezzo e la sua città natale, Lucca. Il suo girovagare di predicatore di provincia lo poneva nella condizione di venire a contatto con le famiglie più in vista, sia nei palazzi dei nobili che nelle numerose e vivaci accademie, cenacoli e centri di cultura che caratterizzavano in quel tempo le provincie toscane.

In quegli stessi anni in cui Michel Agnolo dava inizio alla sua attività pastorale pubblica, Niccolò Campani, detto “lo Strascino” e Pier Antonio, detto “della Stricca”, ambedue autori di monologhi e farse rusticane, erano conosciuti ed apprezzati per le loro opere che venivano rappresentate dagli accademici senesi, detti degli “Intronati”, nel loro cenacolo fondato proprio in quegli anni. In quella accademia senese Michelangelo Florio avrà probabilmente potuto leggere o assistere a commedie come quella dal titolo “Gli Ingannati” di cui - come noto - non ci è giunto il nome dell’autore. Codesta commedia, che ebbe al tempo molto successo, così come le cronache del tempo riferiscono, fu molto rappresentata negli anni dagli stessi accademici senesi. Questo era in quell’epoca il clima culturale del vivido popolo toscano dai tempi di Dante, del Boccaccio, di Cino da Pistoia e del Petrarca.

In altra presumibile occasione, Michelangelo Florio potrebbe essersi soffermato a leggere, sostando tra Siena e Firenze, la raccolta degli scritti di ser Giovanni Fiorentino, un novelliere di quel tempo, che aveva dedicato ai contemporanei diverse piacevoli novelle nello stile del Boccaccio. Una di queste, indicata dall’autore come “del Giannetto”, particolarmente incisiva nelle analisi delle passioni umane e ambientata nel mondo popolare rusticano, la ritroviamo trasposta nella repubblica veneta, nell’opera “Il Mercante di Venezia”.

Certamente anche le novelle del Boccaccio avranno suscitato la sua viva curiosità anche perché erano quelle che più venivano lette e rappresentate. Tra queste una in particolare deve aver colpito l’attenzione del frate letterato, la cui trama porta ad identificare lo stesso intreccio dell’opera shakespeariana “Tutto è bene quel che finisce bene”. La Toscana rappresentava per lui l’ambiente più consono alla sua propensione per le lettere e la cultura che si esprimeva tanto nelle corti nobiliari quanto negli ambienti popolari delle contrade cittadine.

La sua frequentazione in quell’ambiente di artigiani, agricoltori e commercianti che alternavano le loro occupazioni con la propensione al teatro popolare e alla cultura letteraria, deve aver sollecitato l’interesse di Michelangelo per la novellistica molto popolare in tutta la Toscana. Siena era allora un effervescente centro di iniziative letterarie e teatrali.

Negli stessi anni, altri competitori di diversa contrada fondavano nel 1531 la Compagnia dei Rozzi, sullo stile dell’Arcadia del Sannazzaro. Presso la sede della loro accademia si leggevano in pubblico testi letterari e si rappresentavano drammi e commedie di vari autori. Nella loro biblioteca non sarà certamente mancata la raccolta delle cento novelle dal titolo “Ecatommiti”, raccolte dal Biambattista Giraldi, detto Cinzio, che l’anno prima aveva lasciato la Toscana per l’incarico di docenza in filosofia all’Università di Ferrara. In quella raccolta si annovera il dramma della “Epitia”, il cui argomento deve aver impressionato non poco la memoria del giovane Michel Agnolo dal momento che quello stesso tema ricorrerà tanti anni dopo nel dramma “Measure for Measure”.

La Congrega dei Rozzi rappresentava a Siena egloghe pastorali dove si mescolavano elementi caricaturali e realistici con figurazioni mitologiche e idilliache. Assieme al Ruzzante e al Calmo, Michel Agnolo poteva trovarsi nello stesso ambiente in cui si elaborava la Commedia dell’Arte, che non era altro se non la organizzazione artistica professionale del teatro sorta in Italia nel Cinquecento e da lì estesa poi in ogni parte d’Europa, Inghilterra compresa. In essa l’attore, con la sua capacità mimica, non improvvisata né avventizia, ma trasformata in mestiere ed arte e con la sua attitudine a commuovere o divertire, diviene prevalente rispetto alla creazione, collocando in seconda linea l’opera dello scrittore.

L’abilità della recitazione si sovrappone al testo, fino a farlo dimenticare. Il testo, anzi si riduce ad uno scenario o ad un canovaccio, cioè ad una descrizione sommaria della sceneggiatura e l’incarico di trasformare l’astratto motivo dell’azione in un dialogo vivo e mosso è affidato alla bravura improvvisatrice dell’artista. Questa esperienza sarà preziosa per lo sviluppo futuro della sua attività letteraria.

Con la Commedia dell’Arte sorgono nel paese, oltre alle compagnie regolari, i teatri stabili e le scuole di recitazione e si ampliano le esigenze della regia e della scenografia. Essa riprese motivi e spunti della commedia letteraria classica e, in grado minore, dal teatro popolare e attraverso di essa si sarebbe dispiegata l’influenza della commedia cinquecentesca italiana sul teatro europeo.

La prima compagnia teatrale di cui ci sia giunta notizia compare a Padova nel 1545 ([2])

Sicuramente è in questo ambiente che al giovane Michel Agnolo matura l’interesse per il teatro, dove già da tempo erano sorte le dispute letterarie sulla questione della lingua circa la metodologia da applicare quindi anche ai testi della novellistica. L’ambiente in effetti era quello più vivido di opere e iniziative e in quell’ambiente non mancavano dibattiti e simposi culturali estesi anche agli ambienti popolari. Erano artigiani e famiglie agiate di commercianti. Uomini d’affari e bottegai desiderosi tutti di apprendere ed elevarsi culturalmente; persone che ambivano apprendere per concorrere alla gestione della cosa pubblica e partecipare alla competizione politica. Fu così che Michel Agnolo poté conoscere a Firenze Giambattista Gelli, presentatogli forse da Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, con il quale dibatteva nel corso delle riunioni sulla questione della lingua da privilegiare in letteratura. Il Gelli era un singolare artigiano calzaiolo, con bottega presso il Duomo, insolitamente erudito, che alternava il suo nobile mestiere con la lettura dei testi filosofici antichi presso la sede della Crusca, di cui era console, non disdegnando i poeti volgari. A differenza di altri però, il Gelli intendeva acquisire qualcosa di più di una generica cultura pretendendo, quale spirito intelligente quale era, una conoscenza compiuta. Questo spiega la sua partecipazione attiva ai dibattiti, propugnando il concetto di un idioma vivo, libero da ceppi della tradizione letteraria, quale era in quel tempo il nuovo dogma del Bembo.

Pieno di iniziative il Gelli, partecipò alla fondazione dell’Accademia Fiorentina, nata dalla precedente accolita detta degli “Umidi” assieme all’amico Lasca, autore di commedie e di novelle. In tale associazione il Gelli fu lettore di Dante e del Petrarca, traduttore delle opere filosofiche di Simone Porzio, nonché autore di versioni di opere di Plauto. Tra le opere più originali è d’uopo ricordare “I ragionamenti di Giusto il bottaio” in cui l’autore finge di trascrivere i dialoghi di un vecchio bottaio con la propria anima. Il bottaio Giusto pone in rilievo il conflitto cristiano e platonico fra l’intelletto e le passioni, per poi concludere che alla felicità dell’uomo si richiede il costante dominio della parte razionale dello spirito su quella sensitiva nonché il distacco dagli interessi terreni e la contemplazione delle virtù eterne.

L’ufficio del giovane Michel Agnolo era anche quello di recarsi in occasione delle festività e delle ricorrenze penitenziali presso le numerose Chiese e basiliche della Toscana a propagandare la fede e tenere le omelie durante le celebrazioni. Oltre a quella mansione, che lo avrà occupato in occasione delle festività religiose, egli non avrà mancato di mantenere i contatti con le autorità locali e con le famiglie dei nobili, presso i quali si accentrava il potere amministrativo ed economico e dove si svolgeva l’attività politica e intellettuale nel territorio toscano. Questo permetteva di adempiere alle normali attività pastorali e al tempo stesso di seguire gli eventi politici, mai come in quel momento forieri di situazioni burrascose. Basti pensare che a quel tempo non si era ancora spento il rancore del clero contro Carlo V per il barbaro sacco di Roma da parte delle soldataglie tedesche dell’Impero, tant’è che l’incontro di riappacificazione e riparazione fissato, non certo a Roma - in gran parte barbaramente distrutta - bensì a Bologna, nel dicembre del 1529, tra l’Imperatore e il papa Clemente VII, non aveva sanato certo i rapporti con Carlo V, che infatti permasero pessimi.

Nell’anno successivo l’Imperatore, per riabilitarsi agli occhi del papa, mantiene la promessa di riportare a Firenze, sulla punta delle sue baionette, l’odiato duca Alessandro dé Medici, nipote di Clemente VII, dopo un lungo assedio alla città ponendo così fine alla libera Repubblica.

Tant’è che il letterato Antonio Brucioli, il quale aveva appena terminato la sua opera di traduzione in volgare del Nuovo Testamento e della Bibbia, durante il suo esilio in Francia per la cacciata dei Medici, viene accusato di aderire alla Riforma ed è quindi costretto a lasciare nuovamente Firenze e rifugiarsi questa volta a Venezia, dove solo colà potrà poi pubblicare i suoi lavori. Ma anche a Venezia il Santo Uffizio è vigile a tutela dell’ortodossia cattolica, per cui le sue opere vengono subito poste all’indice. Sentendosi braccato dall’Inquisizione anche nella libera e Serenissima Repubblica, è costretto a fuggire ancora una volta e rifugiarsi a Ferrara, dove viene accolto dalla duchessa Renata di Francia, moglie del duca Ercole d’Este, figlia del re di Francia Luigi XII, dama intelligente e colta, che avendo aderito al Calvinismo si prestava in quell’epoca ad accogliere i molti italiani perseguitati dall’Inquisizione. Sarà lei qualche anno dopo, come poi vedremo, a salvare la vita del Florio in una tragica situazione.

Era l’inizio del periodo più tempestoso per l’Europa con la imminente morte del papa Clemente VII, cui succederà il romano Alessandro Farnese col nome di Paolo III; costui dovrà affrontare uno dei più tempestosi pontificati caratterizzato dalle guerre tra la Francia di Francesco I e l’imperatore Carlo V, cui seguì l’inizio della mancata Riforma della Chiesa di Roma, l’apostasia di Enrico VIII con lo scisma dell’Inghilterra e la sanguinosa svolta protestante con la condanna a morte del cardinale cattolico Roffense, mentre l’arcivescovo di Canterbury Reginald Pole rimane esule in Italia per non fare la stessa fine in patria.



[1] F. Gilbert, “Francesco Guicciardini. Saggio introduttivo alla Storia d’Italia” a cura di S. Seidel Manchi.

– Torino, Einaudi 1971 – pagg. 56 e 79.

 

[2] Natalino Sapegno, “Compendio di Storia della Letteratura Italiana” - La nuova Italia Editrice – Firenze 1941 – pag. 157

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