La firma dei Florio.

Tra i primi ad interessarsi dei reperti di quel periodo storico che chiamiamo elisabettiano, fu l’avvocato Edmund Malone, irlandese che si trasferì a Londra nel 1763 e prese ad interessarsi di tutto ciò che concerneva il teatro shakespeariano. Strinse amicizia con James Boswel e Samuel Johnson, coloro che rivalutarono quel periodo. Malone svolse una vasta ricerca dei cimeli e si ingraziò tutti coloro che disponessero di preziosi documenti di quell’epoca. Poi intervenne la fondazione Shakespeare Trust per la conservazione di parte del patrimonio culturale, acquistando nel 1892 la casa colonica di Shotterly. La Shakespeare Birthplace Trust a Stratford e la Folger Shakespeare Library di Washington, dettero inizio ad una azione museale e letteraria per l’esaltazione dell’epopea nazionale Shakespeariana; ma dei reperti relitti dai Florio nelle mani dei Pembroke non se ne parlò più.

Chi volle nascondere le personalità dei due Florio per valorizzare esclusivamente il socio inglese della confraternita ignorava evidentemente che quei lavori, anche se privi di paternità
 formale, lasciavano intravvedere dietro le parole il loro vero autore ([1]).

Fu Santi Paladino a fornirci nel 1925 le indicazioni per dischiudere il deposito nascosto dove sono occultati quei reperti. E allora proviamo scorrere attentamente i testi e cogliamo il significato di tutti quei nomi di personaggi e del motivo per il quale l’autore ricorse a quell’espediente della precisione nel descrivere quei dettagli, nella sua sceneggiatura delle ambientazioni delle opere. Tutto questo altro non era evidentemente che il suo messaggio per far sì che lo si potesse identificare un giorno, trovandosi in quel tempo nella condizione di non poter apparire.

Oggi, dopo quattro secoli, i ricercatori hanno affrontato il compito di analizzare in modo sistematico, alcune caratteristiche strutturali che ricorrono costantemente nel testo delle opere. Il primo, attorno al 1990, fu il professore Richard Paul Roe di Pasadena, docente presso l’università di California a Berkeley. Il motivo che lo spingeva a questo compito era quello di verificare se effettivamente le tante imprecisioni supposte dai critici, di cui Shakespeare sarebbe incappato nel descrivere gli ambienti italiani, fossero dovute alla sua non conoscenza diretta dei particolari. Nel caso affermativo, quello cioè della effettiva esistenza di tali imprecisioni, il professor Roe avrebbe avuto modo di avvalorare la tesi ufficiale, secondo cui Shakespeare - che non mise mai piede oltre Manica - fosse incorso in così tanti errori avendo appreso le notizie sulla vita e i luoghi italiani solo indirettamente attraverso racconti riferiti da viaggatori o da marinai che provenivano dal Mediterraneo. Richard Paul Roe dedicò a questo impegnativo compito oltre vent’anni viaggiando in lungo e in largo l’Italia, visitando ogni borgo e città descritte nelle sue opere.

Il suo apporto di conoscenze è stato fondamentale per identificare il nome del personaggio autore dei lavori. Richard Roe, col suo ingente impiego di tempo, si era dovuto convincere, al termine del suo enorme lavoro - forse suo malgrado - che ogni descrizione dei luoghi era perfettamente aderente alla realtà storica, per cui il risultato delle sue indagini dimostrava, oltre ogni ragionevole dubbio, che solo chi avesse percorso e vissuto quei luoghi poteva aver scritto quei testi. Conseguentemente William Shakespeare, che non si era mai mosso dal percorso tra Stratford e Londra non poteva certo essere quell’autore ([2]).

All’inizio del 2000, un’altra ricercatrice di “corrispondenze”, la dr.ssa Carla Zanardi di Milano impiegò la metà del tempo di Roe, giovandosi del vantaggio di vivere in Italia, ma intese estendere le ricerche anche in Grecia. Quindi lei terminò le sue ricerche solo quando il professor Roe stava terminando la sua annosa fatica. Anche la Zanardi aveva visitato gli stessi luoghi: Venezia, Firenze, Verona, Mantova, Sabbioneta, Messina, ecc., gli stessi argomenti, le comunicazioni fluviali tra Venezia e Milano, la locanda “Il Sagittario”, la Via Frezzeria, i sicomori di Porta Palio a Verona, la “Piccola Atena” di Sabbioneta nella reggia della duchessa Giulia Gonzaga, e cento altri luoghi dei nobili e colti ducati rinascimentali italiani; in una parola tutto il mondo in cui visse, soffrì e operò Michelangelo Florio prima dell’esilio in Inghilterra. I suoi risultati furono la riprova di quanto il suo collega aveva rilevato.

Ma non le bastò; ella proseguì poi in Grecia negli stessi luoghi percorsi da Otello e da Jago a Cipro e a Rodi e quindi ad Atene dove Michelangelo ebbe modo di manifestare le proprie capacità insegnando Storia greco-romana, la stessa profusa nelle opere dell’epopea imperiale dell’antica Roma. (“Giulio Cesare”, “Antonio e Cleopatra”, “Coriolano” e “Tito Andronico”). Anche in questo quadrante mediterraneo le numerose “corrispondenze” sono precise nei singoli dettagli dei luoghi e delle fortezze veneziane a difesa dei porti di Cipro e di Rodi, investite dall’invasione dei turchi e puntuali nella descrizione degli avvenimenti storici accaduti esattamente nel lasso di tempo degli anni in cui Florio era in Grecia (1536-’37) e la fine del secolo, quando l’opera veniva rappresentata e le isole veneziane erano state nel frattempo sopraffatte dai turchi.

Quanto alla struttura delle opere, la Zanardi rilevava che tra i tanti personaggi di tutte le opere, quelli più importanti, che hanno un preciso ruolo nei lavori, sono ben 532. Di questi 268 hanno nomi italiani, 109 inglesi (opere storiche della monarchia), 84 greci, gli altri 71 hanno nazionalità varie (francesi, spagnoli e danesi). Circa il livello culturale classico si rileva che i personaggi storici sia della letteratura classica che della mitologia sia greca che romana, vengono sempre citati con riferimenti specifici della loro personalità (pregi o difetti) o di fama mitologica. Costoro sono ben 207, un numero invero ragguardevole per qualsiasi letterato della classicità in un tempo in cui non si disponeva di raccolte enciclopediche generali o testi di pronta consultazione.

Le conclusioni della Zanardi al termine della sua ricerca rappresentano i presupposti sui quali si è potuta ricostruire la presente biografia.

Dall’analisi degli scritti emerge la costante caratteristica nella prosa dei lavori del ripetuto ricorso ai confronti e ai parallelismi tra le vicende umane dei protagonisti dei drammi e i personaggi delle mitologie greche e romane, che ne esaltano i fasti o ne riprovano i difetti.

Dal considerevole numero e dalla varietà di questi parallelismi, si ha la misura della vastità delle conoscenze dell’autore. Di questi esercizi di dottrina classica se ne contano a centinaia nelle varie opere e i relativi riferimenti, quali storici o quali mitologici, risultano sempre puntuali.

Ella completò il proprio lavoro con la individuazione di quei personaggi tra i tanti che possono testimoniare la loro connessione con l’autore nascosto. Anche questa era evidentemente per il vero autore una chiave per farsi trovare da chi lo avesse un giorno cercato, così come è avvenuto.

Oggi, dopo quattro secoli, siamo in grado di identificare nei testi delle opere, e confusi tra quei 532 nomi, undici personaggi, citati espressamente, riconducibili alla persona di Michel Agnolo Florio per diretta conoscenza o frequentazione. Il loro rapporto di amicizia o di sola conoscenza con l’autore ha la caratteristica determinante di datare gli anni della sua permanenza in Italia e dell’ultimo periodo inglese. I loro nomi, che verranno pubblicati nella biografia, potevano essere stati ricordati nelle opere soltanto da un autore che avesse avuto con loro un diretto rapporto legato al tempo in cui vissero e ai luoghi nei quali lui stesso aveva lungamente soggiornato.



[1] Jennifer Lee Carrel, “Interred with their Bones”, Rizzoli Editore. L’autrice osserva che il vero autore che si intravvede dietro le opere di Shakespeare non corrisponde minimamente alla figura che la storia e le cronache che ci hanno tramandato. Ad usare il nome di Shakespeare erano in effetti due persone, un attore che veniva da Stratford, che fungeva da prestanome e un drammaturgo che, per qualche motivo, aveva bisogno di una maschera.

 

[2] Richard Paul Roe, “The Shakespeare Guide to Italy”. Harper Perennial Edit. New York 2011.

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