La morte di Michelangelo

Nel 1605 veniva a compiersi la missione di Michel Agnolo Florio, che aveva dato la sua vita di apostolo di fede, di letterato e di uomo del Rinascimento italiano. Ammalatosi gravemente, morì a Londra nel corso di quell’anno, vedendo in suo figlio John la continuazione della sua opera nella sua seconda patria, dove - come avvenne nella prima -  non sarà riconosciuta per molti secoli. La sua morte influì certamente sull’animo del figlio, che era stato il testimone della sua vita da perseguitato e collaboratore delle sue opere feconde di virtù umane e rinascimentali. In Italia rimase sconosciuto malgrado il suo vasto e rischioso impegno di riformatore della Chiesa e nella sua seconda patria verrà misconosciuto, come la sua opera che verrà attribuita ad altri.

Tre anni dopo, nel 1608, con la morte del figlio Hamnet, William Shakespeare dà inizio ai lavori di ristrutturazione della grande casa di New Place. Le permanenze di Shakespeare a Stratford si fanno ormai sempre più frequenti e più prolungate. Ormai verso i cinquanta anni, appagato dalla gloria e divenuto ricco concentrava i suoi interessi economici nel suo paese natio.

A Londra tuttavia l’attività letteraria e teatrale proseguiva grazie all’impegno di John Florio che coinvolge nel suo costante lavoro altri amici collaboratori ormai collaudati nel corso delle ultime stagioni teatrali. Egli così fa seguire l’opera il “Timone d’Atene”, nel ricordo del padre e il “Pericles”, con la collaborazione questa volta di John Fletcher. Prosegue poi con il “Cimbelino”, il “Racconto d’inverno”, “I due nobili cugini”, sempre con Fletcher e infine l’ultimo dramma storico, l’” Enrico VIII” del 1613.

Ma è con gli ultimi lavori che John Florio intende chiudere l’epopea floriana, e lo fa con “La Tempesta”, un’opera con la quale egli celebra in chiave magica la sintesi della tragica della vita del suo “amatissimo padre”. John si rivolge a lui quale creatore delle sue invenzioni fantastiche: … if by your art, my dearest father …”  Egli rielabora i diari e gli appunti scritti in vita sulle vicende dell’uomo. Lo fa con un racconto dal contenuto fantastico, un addio alle scene di riconciliazione con se stesso, in cui Prospero, come il padre, esalta le virtù cristiane della temperanza, della richiesta del perdono e della riconciliazione, virtù che vengono opposte alla prepotenza, alla sopraffazione e alla usurpazione. Virtù cristiane che hanno dato il senso della sua esistenza e fornito le forze per raggiungere la pace sulle spiagge dell’isola di Vulcano. “ …. Poi tornerò a Milano, dove i miei pensieri, uno ogni tre, sarà rivolto alla tomba.”

Oltre ad ulteriori lavori da presentare alle compagnie, John Florio stava preparando la versione aggiornata della sua vasta opera di raccolta lessicografica per la versione aggiornata del suo dizionario “A World of Words”, la cui prima edizione era stata pubblicata nel 1598.

La nuova edizione è dedicata questa volta alla regina Anna, che verrà pubblicata nel 1611.

Per completare quel dizionario, egli si avvalse - come da lui stesso precisato nell’introduzione - di trecentoquaranta libri, tra i quali troviamo quasi tutti i testi serviti al padre come fonti per comporre le opere da lui stesso elaborate e tradotte.

L’anno seguente muore il principino Henry, destinato ad essere il futuro re d’Inghilterra. Negli ultimi anni Florio si dedica alla traduzione in inglese delle novelle del Boccaccio e in ossequio alle disposizioni del padre, consegna documenti, brogliacci, appunti e la grande biblioteca alla famiglia del suo primo protettore William Herbert, terzo conte di Pembroke.  Di tutti quei rari libri e documenti storici non vi è oggi più alcuna traccia. Nessuna istituzione pubblica e nessuno studioso si è mai giustificato per la loro scomparsa.

Date le dimensioni del lascito, l’importanza di quei preziosi reperti e la documentata consegna ai conti di Pembroke, appare inspiegabile la mancanza di giustificazioni plausibili.

William Shakespeare, da tempo malato, muore a Stratford nel 1616 senza lasciare alcun documento scritto o pubblicato riguardante la sua attività teatrale. Nel suo testamento vi sono lasciti modesti a familiari e amici delle compagnie teatrali, ma non un solo libro. Per la verità un libro c’era, l’unico da lui posseduto: si trattava di una copia della traduzione in francese del suo maestro John Florio, il capolavoro di de Montaigne, “Essais”, pubblicato nel 1603.

Questo libro è oggi conservato con dedica a sua firma nel British Museum di Londra, a suggello della loro amicizia ([1]).

Solo nel 1619, sir William Herbert, terzo conte di Pembroke, depositario dei libri e dei manoscritti originali dei Florio, dette incarico a Heminges e a Condell di preparare una raccolta delle opere con la collaborazione di Edward Knight “book-keeper” dei King’s Men ([2]). Costoro dedicano il lavoro al loro committente identificato con l’amato giovane dei sonetti, il quale aveva ereditato dal padre, Henry Herbert, allievo di Michelangelo Florio, l’interesse per la letteratura.

Da allora ogni documento, libro, saggio sonetto e qualsiasi altro manoscritto originale di Michel Agnolo Florio non sono più disponibili per chiunque voglia consultarli ([3]) L’importanza di quel materiale storico, ci fa escludere che esso possa essere stato distrutto. Solo di recente si sono potuti rintracciare nell’archivio storico di Coira nei Grigioni alcuni suoi manoscritti facenti parte di una raccolta di eleganti sillogismi in latino, composti negli anni del suo esilio a Soglio. Quel patrimonio culturale era costituito da quei primi esemplari di libri a stampa, editi nel XVI secolo, presumibilmente usciti dalle prime famose stamperie venete, lombarde ed emiliane, nonché manoscritti su pergamene o carta speciale. In quell’epoca i supporti cartacei venivano chiamati “in folio” e misuravano 33 centimetri per 21,5; una volta piegati, davano luogo a 908 pagine stampate, materiale che doveva essere “della migliore carta India, almeno pari a quella di molte Bibbie”.

Il valore di quelle rare pubblicazioni era elevatissimo. Basti pensare che la Bodleian Library di Londra comprò nel 1906 una edizione di quello stesso periodo per il prezzo di tremila sterline. Negli anni 1935 una copia simile di quelle edizioni fu venduta per 8.600 sterline. Ai giorni nostri la stima sarebbe incalcolabile, a prescindere dal valore storico.

Solo all’inizio del XIX secolo le istituzioni letterarie e culturali inglesi si apprestarono a valorizzare appieno, la personalità del drammaturgo William Shakespeare, acquisendo i suoi beni immobili natali a Stratford, facendone attrezzati centri museali, meta di quei grandi flussi turistici che oggi conosciamo. Del grande poeta e letterato Michelangelo Florio si è perso ogni ricordo sia in Italia come in Inghilterra, mentre del figlio John si sa solo che egli collaborò alla divulgazione della letteratura rinascimentale italiana in quel Paese. Basti consultare l’Enciclopedia Britannica alle rispettive “voci”. Fortunatamente però le edizioni di “Google” hanno iniziato ad aggiornarsi con le più recenti ricerche.



[1] Roberta Romani e Irene Bellini, “Il Segreto di Shakespeare”, Mondadori Editore – Milano 2012. Il libro pubblica i rispettivi testamenti confrontandoli a conferma di quanto rilevato dalle ricerche.

[2] Max Meredit Reese, opera citata – pagg. 322 e 323.

[3] Oltre ai contenuti del testamento di John Florio, il fatto che l’incarico dato dal conte Herbert a Hemminges e Condel di curare la raccolta degli scritti e a tutelarsi il diritto di stampa, dimostra che ne avesse avuto il possesso.

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