Le istanze riformatrici e la Controriforma.

La vicenda trae origine dagli inizi del XVI secolo in una età per l’Europa ricca di rivolgimenti politici e religiosi, tanto che quel periodo è considerato il vero momento di transizione dal Medioevo all’età moderna. Il Rinascimento rianimò gli studi per l’antichità classica, indebolì il Sacro Romano Impero con l’affermarsi delle monarchie nazionali minando la teocrazia papale. In quel tempo la Riforma venne ad infrangere la struttura monolitica di Santa Romana Chiesa. In questo contesto il movimento protestante appare come la grande forza disgregatrice del Cattolicesimo medievale con l’intento di compiere un’opera rinnovatrice del Cristianesimo secolarizzato.

Tale era la situazione all’inizio del Cinquecento. Tutti gli spiriti eletti erano preoccupati per la mondanità della curia romana e avvertivano la necessità di una riforma delle istituzioni ecclesiastiche. Una parte di essi avrebbe voluto tornare ai primordi del Medioevo, quando fiorivano i movimenti monastici e il Papato godeva di un potere esclusivamente teocratico: questo era appunto l’auspicio della Riforma dell’ordinamento della Chiesa cattolica.

La convocazione del Concilio in prima istanza a Bologna fu avversata e quindi tardiva, cui seguì il deludente Concilio di Trento, conclusosi con l’abbandono di una controparte e una Controriforma cattolica conservatrice.

Altri invece consideravano che teocrazia e monachismo, anche nella loro espressione migliore, costituissero altrettante ingiustizie e che il richiamo alle origini dovesse significare il ritorno alla semplicità di fede e alla santità di vita.

In questo quadro di avvenimenti e contrapposizioni storiche e teologiche, si svolge la vita di Michel Agnolo Florio e il dramma di questa straordinaria vicenda storica. I dati delle sue origini familiari sono labili e incerti anche a motivo del fatto che i genitori furono a loro volta esuli dalla Spagna e dalla Sicilia. Quanto a Michelangelo, si è riuscito rintracciare solo alcune evidenze, dalle quali sembra che egli fosse nato a Lucca nei primi anni del XVI secolo. Non si hanno tracce anagrafiche della sua data di nascita, che tuttavia sembra potersi collocare attorno al 1520. Quanto alle origini, sembrerebbe che i genitori appartenessero a famiglie di discendenza ebraica provenienti dalla Spagna, costrette a lasciare la città di Messina a seguito della diaspora imposta nel 1492 da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia e stabilitesi nel nuovo porto di Livorno su invito di Cosimo I, invito che trovava eco soprattutto tra coloro che erano stati già espulsi, perché non cattolici, dagli altri domini spagnoli.

Le uniche notizie sulla sua fanciullezza si hanno dal Dizionario Biografico degli Italiani ([1]) che riferisce che il giovane Michelangelo viene ammesso nel convento dei frati francescani di Firenze, dove inizia gli studi. Colà affidato dai suoi genitori, riceve la sua prima educazione, forse nel convento dell’Annunziata. Proseguendo gli studi, consegue nel tempo buoni risultati per cui, grazie alla sua vocazione ed alle doti da lui manifestate, viene avviato agli studi superiori.

Presi i voti, in una data imprecisata, assume il nome di fra Paolo Antonio.

Inizia così la sua attività di testimonianza come frate francescano fra la gente della Toscana viaggiando in molte città di quel Granducato. Più tardi, completata la sua formazione, riceve l’incarico di predicatore e viene destinato al convento di Siena. Nella nuova sede subisce il fascino e l’influenza del vice Generale dell’ordine, Bernardino Tommasini, detto Ochino, un teologo dal forte carattere e fede integerrima, col quale condividerà parte della sua esistenza.

La figura di questo personaggio senese è ben nota essendo stato uno dei primi eretici sostenitori della Riforma in Italia. Fu chiamato Bernardino Ochino perché era nato a Siena nella contrada dell’Oca. Figlio del barbiere Domenico, entrò giovanissimo nell’ordine dei Minori Osservanti, dove completò la sua preparazione teologica, distinguendosi per il suo zelo.

Divenuto celebre in tutte le regioni italiane per le sue doti di predicatore, entrerà nel 1534 nel nuovo ordine dei Cappuccini, dove solo quattro anni dopo viene eletto Generale dell’Ordine. Sulla figura di Bernardino Ochino, Roland H. Bainton, docente dell’Università di Yale, scrisse nella metà del Novecento, un trittico che comprende anche il Castellione e Michele Serveto per studiare quei personaggi, che egli chiamò “liberi spiriti” e che altri invece indicano come “eretici”. ([2])

Come noto, la Riforma del XVI secolo ebbe luogo in una età ricca di rivolgimenti, tanto che quel periodo è considerato il momento di transizione dal Medioevo all’età moderna.

Il Rinascimento rivolse l’interesse degli uomini dal cielo alla terra, nel tempo in cui le scoperte geografiche allargarono gli orizzonti del mondo allora conosciuto. La nuova cultura dimostrò maggiore entusiasmo per l’antichità classica greca e romana piuttosto che per quella del cristianesimo temporale, mentre l’affermarsi delle monarchie nazionali, dette inizio alla crisi del Sacro Romano Impero finendo così per minare la teocrazia papale. E in mezzo a tutto questo fermento, la Riforma venne ad infrangere la struttura monolitica della Santa Romana Chiesa.

Nei secoli precedenti, in cui la proprietà terriera era il fondamento di tutte le istituzioni, la Chiesa si trovò ad essere parte integrante del sistema feudale, e in questo processo si secolarizzò. Per i popoli barbari, dispregiatori dei mansueti e dissacratori della cultura, pur raggiunti dal Cristianesimo, le conversioni di massa non valsero tanto ad elevarli quanto piuttosto ad abbassare il livello spirituale della Chiesa in generale. Al termine del Medioevo il clero secolare, così chiamato per il fatto che agiva nel mondo, era costituito dai curati e dai prelati, che avevano sì stretti contatti con il popolo ma possedevano potere, ricchezze ed estese proprietà immobiliari.

Tanto erano coinvolti nel corpo feudale che molti vescovi erano nel contempo signori feudali, chiamati appunto vescovi-conti, taluno celibe come vescovo, ma coniugato con figli come feudatario. La secolarizzazione del clero era divenuta scandalosa. ([3])

Nel periodo in cui le teorie di Serveto, e di Valdés furono introdotte in Italia, il settarismo del tardo medioevo era fiorito sia nel settentrione, dove il luteranesimo aveva attecchito presso gli spiriti liberi, sia al sud, dove si erano rifugiati i religiosi ortodossi profughi dalla Grecia e dai Balcani sotto la spinta dell’impero ottomano. Michele Serveto, spagnolo ma che in quel tempo studiava in Francia, si poneva il problema dell’ammissibilità dei dogmi imposti dalla Chiesa di Roma e in particolare di quello della “Trinità”, che poneva un ostacolo alla conversione degli ebrei e dei saraceni rimasti in Spagna, popolazioni ambedue monoteiste. La Spagna era un paese che aveva raggiunto l’unificazione nazionale solo con la caduta del regno moresco di Granata e subiva l’ansia di conseguire l’unità della nazione.

Con l’unificazione si pose il problema della conversione degli invasori medio orientali, necessaria perché potesse esserci in Spagna un solo trono ed un unico altare, conformemente al modello degli altri stati europei cattolici. Serveto usò con entusiasmo i caustici della scolastica decadente per contestare il dogma trinitario, di cui non trovava traccia nelle Sacre Scritture. Era un compito piuttosto audace in quei tempi, in cui le eresie si pagavano col rogo o con la impiccagione ([4]). Dopo la decapitazione di Serveto, Giovanni Calvino ebbe notizia da Ginevra che le teorie di quel martire si stavano propagando anche in Italia, forse perché proprio in quella penisola avevano trovato rifugio gli ebrei, i quali non avevano accettato di rimanere in Spagna e lì appunto contava di recarsi se fosse scampato al medesimo atroce destino del confratello.

Purtroppo anche lui, come si sa, subì la medesima tragica sorte. Fu invece un suo confratello riformatore, Giovanni de Valdés - un erasmiano perseguitato in patria - che l’Imperatore Carlo V, per salvarlo, volle fosse trasferito nel regno di Napoli come archivista alla corte del viceré Pedro di Toledo.

L’attacco più grave contro l’ordinamento della Chiesa consisteva nel negare la validità dei sacramenti e la facoltà sacerdotale di amministrarli. Tra questi vi è il cosiddetto miracolo della transustanziazione, per cui il pane e il vino si tramutano nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Wyclif negò questa trasformazione e fu seguito in questo da Johan Hus. Entrambi queste negazioni demolivano il sacramentalismo. Queste idee trovavano consenso tra le caste più acculturate e in una certa misura tra gli agostiniani e i “fraticelli”, che furono un ramo scismatico dei francescani.

Queste nuove idee introdotte in Italia suscitarono atteggiamenti assai contraddittori nei riguardi della Chiesa di Roma. La città Urbe era la gloria della italianità, anche se la nazione italiana era lungi da essere ricostruita dopo l’Impero Romano, divisa com’era da una congerie di repubbliche, città-stato e di ducati soggetti al papato o al Sacro Romano Impero di Carlo V. Malgrado ciò, questi nobili ducati erano al contempo divenuti culla del Rinascimento.

Le complesse vicende politiche e militari che si susseguirono nei primi decenni del Cinquecento impressero alla storia italiana una svolta decisiva. Per circa mezzo secolo fu terra di guerre e di battaglie continue tra la Francia e l’Impero di Carlo V fino alla pace di Cateau Cambrésis, la quale pose sì termine agli scontri ma purtroppo sanzionò alla fine l’influenza da parte della Spagna su buona parte sulla Penisola.

L’Italia vide così estinguersi lentamente anche quel primato economico, mercantile e finanziario, che i grandi Comuni avevano conquistato nei secoli precedenti a causa dello spostamento dei commerci in direzione dei nuovi immensi mercati d’oltre oceano dopo la scoperta dell’America. Parallelamente a ciò, anche il primato spirituale, da sempre saldamente nelle mani della Chiesa di Roma, cominciò ad usurarsi con l’affermarsi della Riforma protestante e di nuovi centri di propagazione religiosa, alimentati dalla critica alla supremazia dottrinale della Curia romana.

Nonostante questa involuzione, nella prima metà di quel secolo fiorisce e arriva al suo massimo splendore nelle corti signorili italiane la cultura dell’Umanesimo e del Rinascimento, che costituirono da allora la stella di orientamento e il punto di riferimento obbligato per tutta l’intellettualità europea.

Ma nella seconda metà di quel secolo tuttavia, quella meravigliosa stagione culturale iniziò a rivelare i primi segni di una crisi profonda. Il consolidamento della egemonia spagnola e la parallela sanzione controriformista della Chiesa di Roma, crearono un clima politico inteso a controllare e limitare tutte le attività culturali e la stessa libertà di pensiero. La censura e il severo controllo di ogni espressione intellettuale, messi in atto dal Santo Uffizio, attraverso l’Inquisizione, spingono gli intellettuali alla fuga di molti di essi dall’Italia. Dal 1542 inizia un continuo esodo di intellettuali italiani, molti dei quali provenienti dalle maggiori autorità della stessa Chiesa Cattolica rifugiatisi prevalentemente in Svizzera e in Inghilterra, dove con l’invito dell’Arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer nel 1547 fondano la Chiesa Riformata Italiana in esilio. Tra i fondatori della nuova Chiesa troviamo appunto Bernardino Ochino e Pier Martire Vermigli, con il quale l’Ochino aveva condiviso i primi anni d’esilio in Svizzera.

Con la Controriforma ha inizio la fine di quella splendida fioritura letteraria e artistica che aveva segnato la prima parte del secolo e che aveva fatto delle Repubbliche e dei Ducati italiani i centri più fulgidi della cultura europea.



[1] Dizionario Biografico degli Italiani. Vol. 48 – Pag. 379.

[2] Roland H. Bainton, “La Riforma Protestante” Giulio Einaudi Editore 1958 – pagg. 143, 185 e 189.

[3] Opera citata – pag. 20

[4] Roland Bainton, “The Reformation of Sixteenth Century” Giulio Einaudi Edit. Torino pag. 116.

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