Le origini

All’inizio del secolo scorso ad alcuni studiosi si pose il problema - emerso nel corso di alcune ricerche storico letterarie - riguardante talune opere riconducibili ad un personaggio italiano del XVI secolo, di cui erano carenti elementi anagrafici ed informativi certi. Questa difficoltà spinse gli studiosi a proseguire nelle ricerche su talune evidenze che identificavano in quel personaggio l’autore delle opere attribuite a William Shakespeare. Misconosciuto ai più, su costui le notizie biografiche erano assai scarse, anche perché la sua vita fu quella di un religioso riformato, perseguitato dalla Inquisizione, costretto poi ad espatriare dall’Italia per rifugiarsi in Inghilterra.

Nei primi anni del Novecento il giornalista italiano Santi Paladino rinvenne casualmente nella libreria paterna un vecchio libro rilegato in logora pergamena. Era un volume di concetti, di pensieri e di proverbi dal titolo “I secondi frutti” scritto da uno sconosciuto protestante valtellinese, tale Michel Agnolo Florio. L’edizione era datata all’anno 1549 in Valtellina.

I brani ed i contenuti di quel raro libro richiamavano citazioni e frasi ricorrenti spesso nelle opere del drammaturgo inglese. Al giornalista si presentava così un caso quanto mai inspiegabile dal momento che, dal tempo di quella pubblicazione, dovevano passare ben cinquant’anni prima ancora che Shakespeare nascesse.

Questa fortuita e straordinaria circostanza fornì lo spunto al Paladino per pubblicare sul quotidiano governativo del tempo “L’Impero” ([1]) un articolo sul caso provocando vivaci polemiche nel mondo della letteratura e del teatro in Europa. Per l’interesse suscitato con tale divulgazione, egli fondò l’anno seguente una accademia per la ricerca e lo studio del caso letterario. Le vicende politiche di quel periodo storico, che precedette la seconda guerra mondiale, portarono alla soppressione dell’attività e l’iniziativa del Paladino venne poi a cessare per la sua morte. Ma il caso era ormai aperto essendo stato tuttavia ripreso da altri letterati che vollero approfondire i dubbi suscitati dal clamore del rinvenimento. I maggiori contributi di nuove indagini vennero nel 1934 dalle ricerche delle letterate Francis Amalia Yates e Clara Langworth de Chambrun, i cui lavori, pur apportando nuovi ulteriori elementi di conoscenza, furono relegati nel silenzio e nel disinteresse dello establishment letterario e accademico internazionale.

Ulteriori ricerche sono ripartite da quei primi risultati negli ultimi decenni, approdando ad ulteriori conferme di quanto era già emerso circa i rapporti intercorsi nel periodo tra il 1592 e il primo decennio del Seicento tra William Shakespeare e il letterato di origine italiana emigrato in Inghilterra, che per primo divulgò in Inghilterra la cultura e la letteratura rinascimentale italiana.

Si trattava del personaggio Michel Agnolo Florio, letterato lucchese, detto “il Fiorentino”, esule in Inghilterra e di suo figlio John, nato a Londra nel 1553, docente di lingue straniere e glottologia a Oxford, che ebbero infatti strette relazioni di amicizia e attività letterarie con l’attore William Shakespeare. Approfondimenti recenti hanno messo in luce la stretta collaborazione tra loro nella produzione di opere teatrali fin qui attribuite al solo genio di quest’ultimo.

Parallelamente è anche emerso un generale atteggiamento di tutte le istituzioni culturali, in particolare quelle di lingua inglese, nel preciso intento di minimizzare - se non addirittura di ignorare - l’opera svolta da Michel Agnolo Florio e da suo figlio John. Sul conto di Michel Agnolo Florio non risulta alcuna evidenza nelle cronache della letteratura inglese, mentre, per quanto riguarda John, non si è potuto ignorare totalmente l’importante contributo del suo apporto letterario, a motivo della notorietà dei suoi lavori consegnati alla storiografia di quel paese; tuttavia su di lui non si riscontrano altro che scarsi accenni generici, relegati in poche righe di sintesi, limitatamente alle edizioni enciclopediche.

Appare evidente che fin dal XIX secolo vi fu una precisa volontà di sottacere una verità storica volta ad enfatizzare dei tre soci esclusivamente il solo personaggio di William Shakespeare, ignorando l’apporto creativo dei due Florio, dei quali nulla si è più saputo e indagato. Si arriva così nei primi anni del Novecento, quando - come sopra accennato - al giornalista Santi Paladino capitò di venire in possesso di quel vecchio libro, di cui abbiamo detto in precedenza, nel quale erano espressi - quando Shakespeare non era ancora nato - gli stessi versi che ricomparvero postumi nelle opere della drammaturgia elisabettiana, cinquanta anni dopo dalla loro prima pubblicazione in Italia.

Vediamo ora, dopo quattro secoli dai fatti occorsi in Inghilterra alla fine del XVI secolo, cosa accadde realmente durante il regno di Elisabetta I, nella cui vita Michel Agnolo Florio entrerà in seguito come suo insegnante di latino e italiano presso la corte inglese. Per comprendere appieno le vicende umane che seguiranno, occorre ricordare alla memoria del lettore la situazione politica nei vari paesi europei di quel tempo, in cui le vicende dei personaggi si svolsero, e le controversie religiose che li dividevano.


[1] Edizione n° 30 in data 4 febbraio 1927. Vedi libro di Santi Paladino dal titolo “Shakespeare: sarebbe lo pseudonimo di un poeta italiano?” – Editori Borgia 1929 – R.C.

 

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